In questa sezione potrete trovare la mia tesi di Laurea Triennale dal titolo “Stereotipi di genere: la falsa immagine della donna”.
Autore: Roberta Montella
CV
Informatica
Informatica 3° anno glossario EU Climate Change
Literary Adaptation
Di seguito troverete i video da me realizzati in italiano e in inglese per l’esame di Literary Adaptation, tenuto dalla professoressa Adriana Bisirri e dal professore Alfredo Rocca presso la SSML Gregorio VII. Nei video ho analizzato il libro “Memorie di una geisha” di Arthur Golden e l’omonimo film del 2005 diretto da Rob Marshall.
Un ringraziamento ad Astrambiente e UNITALIA
ISTAT: L’ITALIA È UN PAESE DI VECCHI
L’Italia è il paese con più persone over 60 al mondo dopo il Giappone

Che l’Italia sia diventata un paese di vecchi non è affatto una novità. È l’Istat a confermarlo, ancora una volta: per ogni 144,5 anziani ci sono 100 giovani. Una cifra che incute non poco timore. Sebbene sia vero che i bambini continuano a nascere, è vero anche che la popolazione invecchia, vista la maggior longevità che si registra tra la popolazione adulta. A meno che non ci sia un’impennata delle nascite, in Italia ci saranno sempre più nonni che nipoti. La prospettiva non è consolante: 256 vecchi ogni 100 giovani nel 2050. Infatti, l’Italia si piazza al secondo posto per longevità al mondo, dopo il Giappone e, insieme alla Francia, si contano oltre 15,000 persone sopra i 100 anni. Purtroppo il 2019 è ricordato come l’anno dei record negativi, insieme al 2018.
per saperne di più https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2018/capitolo3.pdf

I dati dell’Istat mostrano un’Italia con un evidente problema di denatalità, sul quale è intervenuto anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Va assunta ogni iniziativa per contrastare questo fenomeno», ha detto il capo dello Stato, spiegando che si rischia un indebolimento del «tessuto del nostro Paese. Chi è anziano come me – commenta Mattarella – ha ben presente l’abbassamento di scala della natalità nelle generazioni. Due generazioni prima della mia, i figli erano numerosi; poi si sono ridotti ancora. E questo è un problema che riguarda l’esistenza del nostro Paese. Quindi le famiglie non sono il tessuto connettivo dell’Italia, le famiglie sono l’Italia. Perché l’Italia non è fatta dalle Istituzioni ma dai suoi cittadini, dalle persone che vi vivono».
Il rapporto annuale dell’Istat evidenzia che l’età media delle madri sia di 32,1 anni mentre aumentano le ultra quarantenni che fanno più figli delle giovani sui 20 anni. I dati scoraggianti delle nascite delle donne italiane vengono al tempo stesso compensati dalle nascite delle donne immigrate.
Circa un quinto dei bimbi nati nel 2019, infatti, ha madre straniera. Tra queste nascite, pari a un totale di 85 mila, 63 mila sono quelle prodotte con partner straniero (che incrementano il numero di nati in Italia con cittadinanza estera), 22mila quelle con partner italiano.
Un dato positivo, invece, arriva dalla speranza di vita: 85,3 anni per le donne e 81 per gli uomini. Si segnala, inoltre, un ulteriore rialzo dell’età media: 45,7 anni al primo gennaio 2020.

Ma c’è di più: per coloro che hanno tra i 65 e i 69 anni è stato coniato un neologismo «i giovani anziani», che nel tempo hanno aumentato la partecipazione sociale e, soprattutto, la partecipazione culturale: se dieci anni fa il 14% di questa fascia d’età andava al cinema e al teatro, adesso ci va il 17, lo stesso vale per i musei (si sale al 24,7 per cento contro il 21,2).
Questo è quello che riguarda il 2019, ma come si prospetta il futuro delle nascite per questo 2020?
Con il Corona Virus potrebbe ridursi la natalità. Il presidente di Istat, Gian Carlo Blangiardo, ha pubblicato un documento che contiene una serie di scenari con i quali si simulano i possibili effetti sul numero di nascite del Covid-19. Il peggiore di questi ipotizza per il 2021 di scendere sotto 400 mila nati, una soglia che le proiezioni indicavano come raggiunta nel 2032.
Blangiardo sottolinea come tra le conseguenze della pandemia, aldilà di quelle di ordine sanitario, ci siano “anche talune rivoluzionarie trasformazioni imposte all’organizzazione sociale e familiare, nel cui ambito le stesse relazioni della vita di coppia e le scelte nella sfera affettiva e riproduttiva finiscono con risultare esposte al cambiamento”. Ad oggi le coppie che avevano nei piani quello di allargare la famiglia, ci hanno pensato due volte. Il Covid-19 ha ridotto molte di queste persone in rovina, lasciando poco e niente su cui costruire la vita di un futuro nascituro.
Giornalismo cartaceo o digitale?
Come i social media hanno cambiato il giornalismo tradizionale
Partendo dai primi passi del giornalismo, intorno al 1500, per passare alle agenzie stampa dell’800, fino ai quotidiani di oggi, vediamo come la diffusione delle notizie si sia evoluta col tempo. Alla fine del XIX secolo, assistiamo all’ascesa dell’impero giornalistico, in auge ancora oggi. Nel XX secolo prende piede un altro evento: l’affermazione dei mass media.Grazie a questi nuovi mezzi, il giornalismo si è diffuso non solo attraverso la stampa ma anche attraverso la televisione, la radio e infine internet. Si parla infatti di giornalismo digitale. Gli articoli di giornale, sia su carta che su internet, hanno in comune le famose 5 W (Who, What, When, Where, Why) a cui ogni giornalista deve rispondere, per riuscire a comunicare in maniera diretta e concisa l’informazione che vuole far passare. La differenza principale tra il giornalismo cartaceo e digitale, si riscontra nella presentazione grafica delle testate: nella testata del quotidiano cartaceo prevalgono, e sono messi in evidenza, i titoli e gli articoli stessi; in quella del giornale online, invece, si trovano brevi riferimenti alle notizie inseme a molte immagini, video, pubblicità e link che rimandano ad approfondimenti.

Internet ha rivoluzionato il mercato della comunicazione divenendo un nuovo canale che minaccia i giornali e la carta stampata, perché se l’informazione corre sempre più sul web, quella su carta stampata perde colpi; In questo quadro, la rete la fa sempre più da padrona: gli investimenti sul web aumentano, così come aumentano le aziende che si rivolgono a internet per la loro pubblicità. I giornali devono mantenere la loro funzione in un mercato dove la presenza dell’informazione online è sempre più massiccia. Il giornalismo standard sta vivendo notevoli cambiamenti legati alle trasformazioni sociali, culturali, economiche e tecnologiche. I social media portano nuove caratteristiche come il dialogo interattivo e le interazioni sociali. I giornalisti ora possono avere delle vere e proprie conversazioni con il loro pubblico. Anche i dibattiti online sono stati messi in atto in modo che tutti possano esprimersi.La tradizionale comunicazione a senso unico si sta trasformando in conversazioni a due vie. I social media hanno dato un significato reale alla libertà di parola. Nella storia, esprimersi non è mai stato così facile.

Twitter è un social media molto professionale, in quanto aiuta i giornalisti a contattare persone che potrebbero non vedere mai di persona. E’ anche un buon modo per avere delle storie da raccontare non appena accadono. Aumenta la simpatia di alcuni giornalisti e gioca un ruolo chiave nel modo in cui interagiscono con il loro pubblico. La convergenza tra la vita personale e quella professionale, ad esempio su Twitter, è un segno significativo dell’adozione dei social media. Ma dov’è la fregatura? Un nuovo problema che i social media hanno sollevato, è che ci sono troppe notizie. Il pubblico non riesce sempre a capire la veridicità delle notizie, le fake news, che vede sui social media. Di quale organizzazione di notizie dovrebbero fidarsi? La gente continuerà a fidarsi delle grandi agenzie di stampa di cui si è sempre fidata, ma che ne sarà della prossima generazione? L’Irish Social Journalism Survey del 2014 ha pubblicato la statistica secondo cui il 64% dei giornalisti irlandesi ha dichiarato che non ci si può fidare delle informazioni sui social media. http://newslab.insight-centre.org/publications/Irish-social-journalism-2014.pdf.
“Io sono di legno”

Oggi vorrei parlarvi di un libro che mi sta molto a cuore e mi ha colpito particolarmente quando lo lessi per la prima volta ai tempi del liceo. Quando ero in 4° superiore, venne creato un progetto dedicato alla lettura e decisi subito di parteciparvi. Il progetto consisteva nel leggere alcune pagine dei libri scelti dagli studenti nelle varie classi dell’istituto e analizzarli insieme. Io lessi proprio una pagina di questo libro. L’autrice, Giulia Carcasi, è una scrittrice e giornalista presso “Il quotidiano del Sud”.
Il libro ha due protagoniste, Mia e sua madre, Giulia. La storia viene narrata sotto forma di diario. Entrambe hanno problemi a comunicare le proprie emozioni, in particolare Mia. Hanno caratteri simili ma ugualmente opposti. Un giorno Giulia decide di leggere di nascosto il diario della figlia per riuscire a “scippargli i pensieri dalla carta” e di scriverle delle lettere in cui le racconta tutta la sua vita, dall’infanzia al tempo presente.
«Se non le racconto i miei errori non li ripeterà, pensavo.
E invece li stai facendo lo stesso…»
«Tu conosci una donna che parla solo di cose da fare e ha la voce dei dischi graffiati, una donna senza amore e senza amore sei anche tu.
Ma vedi, nella storia di ogni persona c’è una diga.
Da una parte, l’acqua che cresce e scalcia ed è energia.
Oltre lo sbarramento, la terraferma.
Tu di me sai la terraferma.
E allora ti racconto l’acqua che non hai visto.»

Il legno sembra fermo, ma è sottoposto a pressioni interne che lentamente lo spaccano. La ceramica si rompe, fa subito mostra dei suoi cocci rotti. Il legno no, finché può nasconde, si lascia torturare ma non confessa.
Io sono di legno.
Madre e figlia scoprono di essere entrambe “di legno”, ma nel momento in cui si svela loro tale similitudine comprendono di non esserlo più.
Sorprende la capacità introspettiva della giovane scrittrice e non riesce difficile immedesimarsi nei personaggi perché, più spesso di quanto pensiamo, siamo immobilizzati dal nostro essere di legno, ognuno di noi con il proprio bagaglio di delusioni, dolori e difficoltà di comunicare i nostri sentimenti. E l’apparente silenzio della parola scritta può aiutarci a liberare il nostro io. Perchè, anche se “il legno è tosto, sotto l’acqua può ammorbidirsi.”
Questo libro mi ha lasciato qualcosa di speciale perchè, a parer mio, è ricco di verità riguardo noi stessi. “Il legno finchè può nasconde, si lascia torturare ma non confessa”, ecco, se pensiamo a quante volte avremmo voluto dire qualcosa e non l’abbiamo fatto e a quante bugie abbiamo detto restando in silenzio per tanto tempo. Penso, infine, che ognuno di noi almeno una volta sia stato di legno. Questa storia insegna a dar sfogo ai propri sentimenti anche se attraverso la scrittura e la necessità di farlo per non cadere nel rimpianto e non diventare alla fine completamente di legno.
Vi presento Napoli
Come avrete letto nella mia biografia, sono partenopea di nascita e di fatto. Sono molto legata alla mia terra e so che, purtroppo, la sua bellezza viene oscurata dall’ombra della camorra agli occhi di chi non la conosce. Attraverso questo breve video che ho creato, vi mostro i miei luoghi preferiti di Napoli e spero di invogliarvi a scoprire i suoi tesori.
Il libro perduto del Dio Enki
Zecharia Sitchin è nato a Bacu in Russia ed ha vissuto in Palestina, dove ha studiato la Bibbia ebraica e archeologia del Medio Oriente, prima di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti. Ha dedicato tutta la sua vita allo studio delle lingue semitiche ed è un’esperto di civiltà Sumera, tanto da essere uno dei pochi studiosi in grado di poter decifrare le iscrizioni scritte nei caratteri “cuneiformi”, che ricoprono bassorilievi e le tavolette di argilla ritrovate in tutto il Medio Oriente. Nei suoi libri traduce i testi sumerici ed evidenzia le somiglianze tra i miti religiosi Sumeri, Greci e Cristiani. La sua visione è semplice ma sconvolgente: i testi sacri dei popoli antichi non sono una creazione fantastica, ma confusa memoria di fatti realmente avvenuti.


Circa 445.000 anni fa, astronauti provenienti da un altro pianeta giunsero sulla Terra in cerca di oro. Qui assunsero il ruolo di divinità, trasmettendo la civiltà al genere umano e insegnando agli uomini a venerarli. La storia completa dell’impatto degli Annunaki sulla civilizzazione umana è stata magistralmente narrata da Zecharia Sitchin nelle sue opere precedenti e in particolare ne Le Cronache Terrestri. Fino a oggi però, è sempre mancato il punto di vista fondamentale, quello degli stessi Annunaki, “coloro che dal Cielo scesero sulla Terra”.
Com’era la vita sul loro pianeta?
Quali ragioni li hanno spinti a stabilirsi sulla Terra e che cosa li ha poi allontanati dalla loro nuova patria?
Per trovare risposta a queste domande serviva la testimonianza diretta di chi aveva vissuto da protagonista quelle antiche vicende. Convinto dell’esistenza di questa testimonianza, Sitchin ha cominciato a cercarne le prove. Grazie ad uno studio approfondito delle fonti primarie, ha ricreato le memorie di Enki, il comandante degli Annunaki.
Nasce così Il Libro perduto del Dio Enki, una storia che ha letteralmente inizio in un altro mondo. Un racconto epico di dei e uomini che si svolge parallelamente alla Bibbia e che mette in discussione molte delle nostre certezze sul passato e sul futuro.

Da sempre l’uomo s’interroga sulla sua provenienza, sul significato dell’esistenza e se ci sia vita extraterrestre nell’universo. L’esobiologia, ad esempio, è un campo speculativo della biologia che ne considera la possibilità e la sua possibile natura. Ciò che è certo è che in questo periodo difficile la popolazione mondiale è a rischio. Abbiamo dovuto reinventare la nostra routine quotidiana e organizzare piani a lungo termine per il nostro futuro. Questa pandemia è la ciliegina su una torta composta da altri eventi catastrofici che stanno distruggendo il nostro pianeta. Pensate a tutti i cambiamenti climatici sviluppatosi a partire dal XX secolo e agli incendi che hanno distrutto la vegetazione e causato la morte di milioni di animali, all’inizio di quest’anno in Australia. Se non s’iniziano a trovare soluzioni efficaci al problema, forse faremmo meglio a trovare un modo per lasciare il pianeta come gli Annunaki.
Piccoli imprenditori in ginocchio
La moda e il Covid-19: come l’epidemia ha influenzato l’industria del fashion e come si prospetta il futuro per le aziende.

comunicazione fuori la vetrina di un negozio a Rimini
Il virus sta avendo sempre più un impatto negativo in particolare sull’industria della moda, essendosi intensificato nel bel mezzo della stagione autunnale del mese della moda 2020, inducendo i marchi e le case di design a chiudere i battenti e a rimandare le prossime sfilate. Dal 18 maggio sono previste le riaperture degli esercizi commerciali, anche se il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia, non esclude che la data sarà rimandata. La ripartenza vista a lungo termine, nella fase 3, non è quindi delle migliori per i piccoli imprenditori. Ci saranno sempre restrizioni da rispettare e mancanza di sostegni economici adeguati che lasciano intravedere solo un futuro incerto, per qualcuno già inesistente. In questa situazione, il rischio, soprattutto per molte piccole imprese, è la chiusura. All’orizzonte l’unica certezza sono gli ulteriori costi che gli imprenditori dovranno sobbarcarsi per sanificazioni e sicurezza. In molti già calcolano che andranno incontro a un calo del fatturato. È evidente che l’industria del fashion è solo all’inizio della sua lotta. Causando colpi sia alla domanda che all’offerta, la pandemia ha scatenato una tempesta perfetta per la moda: le aziende, sia quelle medie che grandi, sono state sottoposte a enormi tensioni mentre cercavano di gestire le crisi su più fronti, poiché sono stati imposti in rapida successione blocchi che hanno fermato la produzione prima in Cina, poi in Italia, seguita dai paesi di altre parti del mondo. Il congelamento dello shopping sta aggravando la crisi dell’offerta. Piccoli negozi ormai sull’orlo del baratro anche per via dell’istinto dei consumatori di dare la priorità ai beni di prima necessità. I profitti dei piccoli brand sono colpiti duramente e stanno esaurendo le riserve di liquidità. Anche le vendite online sono diminuite dal 5 al 20% in Europa, dal 30 al 40% negli Stati Uniti e dal 15 al 25% in Cina. Purtroppo c’è stato chi non ha saputo reggere la pressione e si è tolto la vita. È la storia di Antonio Nagaro, 57 anni, piccolo imprenditore, come si legge ne https://www.ilgiornale.it/.
Il caso di questo imprenditore napoletano fa capire quanto il virus abbia colpito duramente questo settore e quanto sia vitale un pronto intervento da parte dello Stato.